di Dino Buzzati
(Mondadori, Oscar Moderni, 2016)

Il giovane tenente Giovanni Drogo viene assegnato alla Fortezza Bastiani, in un luogo di confine da dove si vede un’immensa desolazione, un deserto fra montagne aguzze, da lì, si teme, giungerà il nemico e bisogna essere pronti. Giovanni si dirige alla fortezza pensando di starci pochissimo tempo e poi tornare in città, dove ci sono feste e balli, donne e amici, e, fra questi, una ragazza più cara.
Viene dapprima convinto a rimanere quattro mesi, ma immediatamente la routine della Fortezza lo prende e lo ammalia. Tutti giorni le solite perlustrazioni inutili, con le parole d’ordine segrete, i turni di guardia, i pasti in comune e le serate a giocare a carte con i commilitoni che l’abitudine del tempo raramente rende realmente amici; piccole cattiverie quotidiane si insinuano in ogni angolo dei rapporti. Lì dentro la vita era distante e si condensava in una costante “rinuncia, ma per chi, per quale misterioso bene?”

Solo dopo quattro anni, Drogo torna in città per una licenza. Non è più il suo posto quello: gli amici di un tempo hanno i loro affari e a Maria non ha il coraggio di aprire il cuore. Torna così alla fortezza, luogo solitario, dove la routine ha il sopravvento. Anni in cui non succede nulla, a parte la dolorosa morte dell’amico Angustina. Anni in cui il protagonista ha “imparato a desiderare sempre meno”. Infine, un giorno, si comincia a vedere il movimento di qualcosa all’orizzonte. Saranno i nemici? Sarà finalmente arrivato il momento di gloria per i militari della fortezza?
No, ancora no. Bisogna attendere. I giorni passano sempre più veloci, Drogo percorre uno alla volta i gradi della carriera militare, restando sempre in attesa. Si scorgono ombre, poi luci, una strada… Da lì verranno i nemici? Quando infine la guerra sembra arrivare davvero, c’è bisogno di rinforzi e di una stanza dove mettere gli ufficiali. Drogo è invecchiato, è malato, il colonnello Simeoni ipocritamente lo congeda, chiamando una carrozza, che lo conduca a casa. Ma la carrozza non arriva a destinazione. In una locanda di passaggio si prova tutto l’animo dell’uomo.
“Coraggio Drogo” dice a sé stesso “questa è l’ultima carta, va’ incontro alla morte da soldato […] varca con piede fermo il limite dell’ombra, diritto come a una parata, e sorridi anche, se ci riesci”.
Classico della nostra narrativa novecentesca, capolavoro dell’autore, romanzo simbolico per eccellenza, pieno di osservazioni che vanno dritte al cuore del lettore, una metafora dell’esistenza piena di sacrifici e privazioni, proiettata verso un futuro luminoso. Il futuro non arriva mai e rimangono solo gli anni inutili e vuoti. L’attesa dell’uomo ha come unica risposta la morte e il sorriso eroico con cui l’ufficiale la accoglie potrebbe essere lo scherno finale. Ma prima di sorridere di fronte al triste abbraccio finale, Drogo dà “ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione si stelle”. E forse allora è a queste stelle che Drogo sorride veramente.

Mi piace pensare a questa chiusura: le stelle. Una chiusura dantesca in cui l’inferno freddo e monotono della esistenza, si schiude, dopo il lungo e doloroso viaggio, finalmente verso un altro orizzonte, che non è l’arido deserto, ma l’azzurro infinito dell’universo.