Le città invisibili

di Italo Calvino (Mondadori, 2022; 1 ed. Einaudi 1972)

Un classico del surreale e del fantastico. Marco Polo descrive a Kublai Khan le città del suo grande impero. Il Khan spera così di riuscire a impossessarsi di ciò che è già in suo potere, conoscendolo finalmente in profondità e non solo nell’estensione bidimensionale della carta geografica.

Marco Polo descrive le città più incredibili: sopraelevate, sospese, o sotterranee, con case basse o alti casermoni, pieni di gente e di storie. Città semplici e città che hanno un loro doppio, perfettamente uguale che ripete per sempre i gesti degli abitanti. Città dei vivi, città dei morti, città di tutti i nascituri che verranno. Città immobili e città che mutano dando forma ai desideri degli uomini. Desideri che cancellano le città e città che cancellano i desideri. Città in costruzione mai completate. Reti di vicoli e piazze in cui si stabiliscono reti di relazioni e buche di solitudini. Città diverse per chi arriva, per chi parte e per chi ritorna. Città svelate e città nascoste. Città giuste e città ingiuste.

Nel seme della città dei giusti sta nascosta a sua volta una semenza maligna: la certezza e l’orgoglio d’essere nel giusto[ …] fermentano in rancori, rivalità, ripicchi, e il naturale desiderio di rivalsa sugli ingiusti si tinge della smania d’essere al loro posto a far lo stesso di loro […]Questa città ingiusta germoglia in segreto nella segreta città giusta. E sempre si rinnova il piccolo seme dell’ingiustizia.

Marco Polo elenca i nomi improbabili di queste città: Marozia, Olinda,Tecla, Clarice, Isaura, e poi Zobeide, Zenobia, Valdrada…  Ognuna con la sua distintiva peculiarità. Ma c’è una città di cui Marco non parla mai e di cui il Khan gli chiede: Venezia. Di Venezia, la patria da cui è partito, Marco sembra non parlare mai. E invece ne parla sempre. Come un amore che non tramonta mai e rimane nel cuore silenzioso; in ogni città che descrive, Marco racconta qualcosa di Venezia, lasciando la sua immagine nella memoria senza tradurla in parole esplicite che potrebbero farla sparire per sempre. Dietro ogni pagina, dietro ogni visione, un unico amore percorre struggente il racconto del mercante.

Celebre il finale di questo viaggio: L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà … è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Per non soffrirne, occorre cercare e saper riconoscere che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Dare spazio a questa Venezia, a questa città invisibile che una volta si è incontrata e il cui ricordo è immarcescibile, dare spazio alla città che è nella memoria e di cui si è innamorati perdutamente.

Nella Postfazione, Pier Paolo Pasolini dice che Le città invisibili è il libro di un ragazzo che con una scrittura metallica, quasi cristallina, incredibilmente leggera, la scrittura del gioco, coglie in ogni descrizione l’anomalia del rapporto tra mondo delle Idee e Realtà (che è poi il Destino nella civiltà occidentale). L’invenzione poetica consiste nell’individuazione di questo momento anomalo, che prende parvenze oniriche, ma ha una solida base in impressioni vere, piccoli ritagli di realtà vissuta come corde non accordate che risuonano dalla bocca di un sapiente narratore: Polo-Calvino.

Pubblicato da Ninetta Pierangeli

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