di Chaim Potok (Garzanti, 1991)

Il mio nome è Asher Lev di Chaim Potok (Garzanti, 1991)
Un bambino, poi un ragazzo, poi un giovane uomo ebreo, con un “dono”: disegna e dipinge. Un dono che non è apprezzato in una comunità ladover, ebrei osservanti, non hanno bisogno di immagini. La madre gli chiede disegni leggiadri, ma il figlio ha visto il dolore della madre, la grave depressione che l’ha colpita dopo la morte del fratello e l’attesa angosciosa, guardando fuori dalla finestra, del marito, sempre in viaggio per aiutare e fondare nuove comunità.

Il padre guarda con sospetto, con tristezza, con sgomento il lavoro del figlio. Dipingere potrebbe essere un dono che viene dall’altra parte, dalla parte malvagia dell’universo. Il figlio studia accanto a un artista, e poi si reca in Europa, a osservare le forme, le proporzioni, i colori che vuole padroneggiare. E infine una grande mostra, a Brooklyn, non lontano da dove è nato e cresciuto, dove vive la sua comunità e il Rebbe che lo ha sostenuto, nonostante tutto.
Ma l’angoscia, artisticamente ha una forma, e l’angoscia della madre, tanto amata e ora inesorabilmente ferita, non può che avere la forma della crocifissione, scandalo per lei, ancor più e inesorabilmente per il padre e, definitivamente, anche per il Rebbe e tutta la comunità.

Ebreo errante, tornerà esule in Europa, destinato per sempre con la sua arte a provocare dolore in chi più ama.
L’arte come destino, l’arte come un demone invincibile, infine l’arte come indissolubilmente legata allo scandalo dell Croce, compiuto destino dell’umanità.
Un libro malinconico da leggere tutto di un fiato, percorso lievemente da quella leggiadria che Asher Lev, il pittore, non sapeva dipingere e Chaim Potok, l’autore, ha aggiunto lui alla storia, come un piccolo vortice di fiocchi di neve ondeggiante sugli alberi di Manhattan.