di Grazia Deledda
Roma, Nuova Antologia, 1906

Questo è il primo libro che leggo della Deledda, di cui so poco o nulla, tranne che vinse il Nobel, unica fra le scrittrici italiane. Mi sono ritrovata alle prese con questa Sardegna di fine ‘800, descritta minuziosamente, nei suoi paesaggi naturali e umani, selvaggi e primordiali, che replicano una malvagità sottile, presente dietro ogni intenzione e ogni gesto.

D’istinto, senza leggere nessun passo della critica, ho associato questa Sardegna alla Sicilia dei Malavoglia, terra arida e crudele, e alla natura selvaggia e voluttuosa delle Odi dannunziane. Ma venendo al confronto con una prosa più recente, mi sono venute in mente anche le pagine spietate della Napoli del ‘900 descritte dalla Ferrante, che riproduce cento anni dopo, gli stessi meccanismi sociali, che non sono però inseriti dentro la bellezza e l’autenticità dei luoghi che, nel romanzo della Deledda, conferiscono al dramma una ieraticità e quasi una vicinanza alla tragedia classica.
Le parole di Sabina, “la paura di essere felici”, e il castigo nel per sempre dell’aldiqua destinato ai due sposi, uno ladro e omicida, l’altra superba e traditrice, dannano per sempre questo angolo di mondo, restituendo lo scenario della desolazione del peccato senza speranza di redenzione.

“Che dirà la gente?”
Per i personaggi di questo romanzo, questa domanda è fondamentale, essa rende “la gente” e il suo occhio più intimi a sé del proprio cuore stesso. Ma nella periferia romana di oggi, anonima, godereccia, questa domanda non risuona più in me, appartiene a una modalità passata di stare al mondo che non mi riguarda, un altrove passato per sempre. Vite rovinate dal problema dell’apparire, dall’ipocrisia del non aver bisogno; rapporti tessuti tutta la vita nell’invidia, nella ferocia, nella maldicenza. Mi viene da dire: “Viva la solitudine e l’anonimato della grande metropoli moderna!