
di Luciano Maione, Nemapress, 2025
La presentazione del libro di poesie di Luciano Maione, I giardini di Roma, svoltasi all’Università di Tor Vergata qualche mese fa, si era aperta con un’intervista a Giuseppe Ungaretti di Rai storia.
“Come nasce la poesia?” e il poeta: “si fa poesia non pensandoci”.

Leggendo poi, successivamente, tornata a casa, queste liriche di Luciano Maione, mi son parse nate quasi per sbaglio, senza un progetto o un intento preciso a monte, ma passeggiando tra la città, guardandosi intorno, “abitando poeticamente la terra”, come diceva Höerderlin, un altro poeta che era stato citato quel giorno.
Ecco, Luciano non fa poesia, ma abita poeticamente i luoghi di calcestruzzo, i luoghi di pini e prati, e i luoghi umani della nostra grande e bella città, entrando così in una relazione più autentica e vera.

Luciano, descritto nell’incontro di Tor Vergata, come “giardiniere ingegnoso e operoso”, coltiva questi luoghi e vi aggiunge il suo sguardo di ragazzo, unico fra quattro milioni, cercando su tutto questo fango un fiore, un fiore da innaffiare, capace di accogliere […] la perfezione, mentre il suo orecchio attento sente il maestro d’orchestra invisibile che guida gli storni, libertà in movimento intravista dietro la prigione della finestra di casa. Vite di periferia, […] storie di volti […] son vissute strette dentro le quattro mura. Chi si ricorda di loro? Quel Dio che spensierate come fior di campo le ha seminate per la via […] desiderose di stupore. E dentro quei fiori, il polline dell’amicizia, dono che addolcisce l’agro della vita, dono di chi ha dipinto sulla maglietta il colore della gioia.

Una Roma immensa in cui da un lato all’altro cercare e trovare il polline sparso, lavoro alacre e lieto direi non tanto di un giardiniere, ma di un’ape ingegnosa e operosa capace di rendere quel polline miele dolce e poetico, mentre dagli uccelli intorno arriva il richiamo dell’estate che torna.
Resta, dopo la lettura, la voglia di una passeggiata tra il giallo dei palazzi, l’azzurro del cielo, il verde dei pini e il giallo dei fiori. E la speranza, di incontrare qualcuno per andare e ringraziare, camminando lì, dove le scarpe ci portano, sospese tra i muri dei palazzi.
