La boutique del mistero

di Dino Buzzati
Oscar Mondadori, 1968
Adoro rileggere le storie di questi piccoli miracoli che si dipanano in una successione di racconti dolci e mai accusatori. Un caleidoscopio di personaggi che invano trascorrono l’esistenza affannandosi a fuggire la morte, come nel famosissimo Il colombre, o a raggiungere il cielo con la nuova Torre di Babele: La Torre Eiffel. La hubrys smascherata di costoro lascia finire l’esistenza nella consapevolezza di uno spreco: c’era la felicità da qualche parte, ma nessuno ne ha goduto, perché tutti credevano fosse più in là, in un futuro che non arriva mai e quando arriva ha il sorriso sarcastico della morte in volto. Il presente con la sua pienezza è il vero miracolo che tutti attendono, non il futuro.

Un altro tema ricorrente è il tentativo del potere, rappresentato da armi e gendarmi, di normalizzare ogni situazione, di livellare e comprendere ogni vicenda. Ma la ribellione del singolo, il muro che egli oppone lo argina. Il singolo appare il luogo della resistenza, il luogo dove tutto è possibile. Nel racconto L’uovo, Gilda Soso, una piccola cameriera a ore, per difendere la sua piccola bambina umiliata dai figli dei signori, trasforma in una fortezza la sua abitazione e con la forza del pensiero e della voce abbatte guardie e carri armati.

In questi racconti, sono sempre i piccoli, gli umili, a cogliere qualcosa che va oltre la squallida e monotona esistenza, come la servetta che si accorge della goccia, la strana goccia che, invece di scendere le scale, le sale, notte dopo notte, fra lo sgomento di tutti i condomini.
L’avidità e la sete di guadagno vengono irrisi e puniti. Ma non solo. Ne La giacca stregata , l’uomo che nella tasca della giacca misteriosamente trova sempre altro denaro, capisce che è stato sottratto ad altri, che la sua fortuna è la disgrazia altrui. Qui non c’è solo la condanna dell’avarizia, ma una lucida denuncia: chi gode di molti beni, in realtà li sta sottraendo ad altri.
Tra un bandito che vuole fare il colpo della vita, un malato che finge con sé stesso di poter guarire, un figlio che fugge gli ultimi giorni della madre, tutte le persone che ci appaiono in questi racconti, che lo sappiano o non lo sappiano, sembrano aver bisogno di Dio e dei suoi santi.
La nostalgia che trascorre da un capo all’altro del libro non è, secondo me, la nostalgia di un Dio qualunque, ma è la nostalgia di una vita cristiana, in cui Dio abiti fra gli uomini. Ne Il cane che ha visto Dio, un paese intero cambia e trasforma la sua vita grazie alla preghiera di un eremita che continua la sua opera post mortem manifestandosi in un cane randagio. Poi c’è il racconto I Santi e infine il vescovo che abita nella casa di Dio. Alla fine della lettura, due sono i soli personaggi che rimangono uno di fronte all’altro: il singolo e la divinità, l’Io e Dio. Ma questo rapporto è mediato e ricongiunto da altri uomini. Nel Racconto di Natale, Dio è qualcosa che si condivide, non può essere gelosamente trattenuto. E per condividerlo serve una piccola virtù: l’umiltà.

Nel brano L’umiltà, il vecchio confessore eremita e il santo papa si riconoscono improvvisamente e felici singhiozzano uno fra le braccia dell’altro. È questa la nostalgia che compare nei racconti: la nostalgia di un abbraccio che avviene nel perdono reciproco, non nella solitudine di uno slancio mistico.
In un altro libro, In quel preciso momento, Buzzati scrive: «Dio, pazientissimo, giorno e notte c’insegue, dove meno si pensa ci attende all’agguato, non ha bisogno di croci o di altari, anche nei vestiboli di marmo sterilizzato che non si possono nominare egli viene a tentarci proponendoci la salvezza dell’anima». La richiesta di questa salvezza è il grido che nasce dalla lettura dei racconti di La boutique del mistero, un grido che parte dal cuore delle nostre città e della nostra esistenza soddisfatta, benestante, e tanto sola.































Non ci ho pensato tanto. Ho messo ideologici per il confronto tra il comunismo e un impegno genericamente ispirato al cristianesimo Ma posso aver sbagliato. Comunque un certo tipo di impegno nel sociale e nel politico svolto in maniera non sempre eticamente perfetta non mi sembra frutto della tensione verso un ideale, ma penso a volte cerchi una giustificazione ideologica al proprio operare. Il confine è labile, però. Dove termina l’ideale e comincia l’ideologico, mi sembra una bella domanda.
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Grazie di cuore Ninetta per l’attenzione che hai voluto dare al mio ‘Anni di grazia’.
Una cosa mi piacerebbe capire meglio: perché parli di ‘confronti ideologici’ e non semplicemente ‘ideali’ tra i personaggi del romanzo?
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Grandi e tremendamente belle e altamente evocative le parole che or ora ho letto riguardo alla presentazione del lavoro di Baricco sull’Iliade (è inclusa anche l’Odissea nella stessa rilettura?)… Quanta adolescente ed epica nostalgia! Ninetta sei una piccola grande!!
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Recensione davvero interessante, complimenti Ninetta. Dello stesso autore consiglio “Che cos’è la scienza: la rivoluzione di Anassimandro”. Un libro a mio parere meraviglioso, che intreccia fisica e filosofia, evidenziando l’ampiezza culturale di Rovelli, in contrapposizione all’ormai purtroppo consolidata specializzazione dei saperi
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