Libri e dintorni è il mio blog

Palomar

di Italo Calvino

Oscar moderni,

Mondadori,

2022

Il libro più filosofico di Calvino, in cui un uomo che ha il nome del monte dove si trova un osservatorio astronomico, Palomar, svolge il ruolo di “occhio” del mondo. Palomar è colui che guarda, sta alla finestra e vede ciò che accade, confrontandosi col platonismo, con l’idealismo kantiano, con la filosofia del linguaggio, e sembra propendere per un realismo dal carattere leopardiano, dove l’esistenza della natura indifferente al destino umano segna la certezza come di uno scoglio su cui naufraga la conoscenza umana.

In ogni racconto Palomar è un occhio che si confronta con le cose: i formaggi, il gorilla, il geco, i pianeti, gli storni…

Ma a quest’occhio non è chiara l’esistenza del mondo e quella di sé. Gli avvenimenti e le cose avvengono realmente fuori di lui? Se lui non li registrasse, avverrebbero ugualmente? Egli sa che ciò che vede è il frutto di come la luce si rinfrange sulle cose e di come questo rinfrangersi viene visto dall’occhio umano. Eppure c’era un tempo, in cui il mondo era e gli uomini no. E probabilmente ce ne sarà un altro. Guardando e riguardando, Palomar si convince che un mondo fuori di sé esiste. E lui? È qualcosa al di fuori di ciò che guarda, al di fuori di ciò che ascolta e del linguaggio che nomina tutto e in cui il suo pensiero e la sua azione sono immersi?

Palomar è un uomo incline al silenzio, osserva i merli che interpolano fra i loro fischi un silenzio e pensa: e se fosse nella pausa e non nel fischio il significato del messaggio?

“Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”. (L. Wittgenstein)

Forse il segreto della natura delle cose, della norma nascosta nel fondo di ciò che esiste è nel silenzio e non nel linguaggio in cui solo tutto sembra consistere. Il linguaggio umano cerca un ordine, una norma nelle cose, ma l’ordine platonico è stato sconfitto proprio dalla scienza che nella realtà dei fatti e delle cose e non nelle idee ha trovato un punto in cui arrestarsi.

Tra l’interrogarsi leopardiano sulle facelle notturne e l’ammirazione che esse destano in Kant, si pone in osservazione Palomar, un uomo miope, eppure pieno di desiderio di ricomporre quella mappa del cielo, di ritrovare in alto, nell’immensità, il disegno che qui sulla terra non si vede.

Il mondo terrestre mostra i dorsi di macigno della sua natura indifferente al destino dell’umanità, la sua dura sostanza irriducibile all’assimilazione umana che vorrebbe ricondurre la natura alla propria razionalità. È in atto una disgregazione irreversibile dell’ordine del mondo. Nessun modello teorico può contenerlo. Forse che modello e ordine possono applicarsi alla società umana? Al miglior modo di governare? Costringere la realtà umana a prendere la forma del modello con le buone e con le cattive è un’ipotesi che si affaccia alla mente di Palomar, da cui emerge il sottile giudizio politico, forse un definitivo affrancamento di Calvino dalle ideologie del Novecento. La natura umana come tutta la natura non può essere costretta in un modello.

Nella lotta tra ordine e disordine, è quest’ultimo a prevalere, e il tentativo umano di porre una norma è sempre arbitrario. Cosa rimane di certo?

Qui Calvino strizza l’occhio a Montale: l’unica salvezza è applicarsi alle cose che ci sono. E ancora: tutti noi rigiriamo tra le mani un vecchio copertone vuoto mediante il quale vorremmo raggiungere il senso ultimo a cui le parole non giungono.

La solidità delle cose, degli oggetti quotidiani, sembra rimanere l’unico appiglio, l’unica desolata certezza.

Eppure Palomar non si ferma qui: nel fluttuare del linguaggio in cui siamo immersi, dove sembra che sia l’uomo a dare i nomi alle cose, il signor Palomar che ha imparato a riconoscere le stelle e i pianeti, si accorge che i loro nomi non sono arbitrari, ma necessari e auto evidenti. Giove non può che chiamarsi così e ugualmente Venere e la Luna. I nomi delle stelle sgorgano da loro stessi e allora, dico io, non rimane che andare sul Monte Palomar, questo doppio della montagna del Purgatorio, a guardare il cielo e restare in silenzio.

I


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5 pensieri riguardo “Libri e dintorni è il mio blog”

  1. Grazie ancora per la tua azzeccata presentazione. Rileggendola mi sono scoperto, così come spesso m’accade scrivendo di quel che vedo. Percosso dalla vita e dalle sue impressioni epidermiche più che da un’idea che possiamo avere giusta o sbagliata non importa

    ti voglio ringraziare con una cosa scritta tempo fa

    La vita

    Non sono un vecchio lupo di mare
    che sa tutto e dove andare a cercare

    Non so nulla della vita
    Sono un povero libro ingiallito
    con pagine vuote dove appuntare
    qualche pensiero da ricordare

    È la vita che mi viene a cercare

    E come una bimba impertinente,
    con lo sguardo furbo e intelligente,
    si tiene pronta a provocare
    per poi girar l’angolo e scappare

    13 giugno 2022

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  2. Non ci ho pensato tanto. Ho messo ideologici per il confronto tra il comunismo e un impegno genericamente ispirato al cristianesimo Ma posso aver sbagliato. Comunque un certo tipo di impegno nel sociale e nel politico svolto in maniera non sempre eticamente perfetta non mi sembra frutto della tensione verso un ideale, ma penso a volte cerchi una giustificazione ideologica al proprio operare. Il confine è labile, però. Dove termina l’ideale e comincia l’ideologico, mi sembra una bella domanda.

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  3. Grazie di cuore Ninetta per l’attenzione che hai voluto dare al mio ‘Anni di grazia’.
    Una cosa mi piacerebbe capire meglio: perché parli di ‘confronti ideologici’ e non semplicemente ‘ideali’ tra i personaggi del romanzo?

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  4. Grandi e tremendamente belle e altamente evocative le parole che or ora ho letto riguardo alla presentazione del lavoro di Baricco sull’Iliade (è inclusa anche l’Odissea nella stessa rilettura?)… Quanta adolescente ed epica nostalgia! Ninetta sei una piccola grande!!

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  5. Recensione davvero interessante, complimenti Ninetta. Dello stesso autore consiglio “Che cos’è la scienza: la rivoluzione di Anassimandro”. Un libro a mio parere meraviglioso, che intreccia fisica e filosofia, evidenziando l’ampiezza culturale di Rovelli, in contrapposizione all’ormai purtroppo consolidata specializzazione dei saperi

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